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    ROMA (Reuters) – Nel 2015 gli occupati standard, con un lavoro permanente a tempo pieno, sono aumentati in Italia dello 0,4%, cioè di 65.000 unità quasi esclusivamente tra gli uomini e le persone con 50 anni e più.

    Lo rivela Istat nel rapporto annuale presentato oggi.

    Il dato, che si riferisce all’anno della introduzione del Jobs act e degli sgravi contributivi per le imprese che assumono con contratto a tutele crescenti, mostra una positiva, seppur debole, inversione di tendenza rispetto al 2014 quando gli occupati standard erano scesi su anno dello 0,4% (-72.000).

    “Tuttavia, rispetto al 2008, l’incidenza del lavoro standard sul totale degli occupati scende da 77,0 a 73,4% (1,3 milioni di occupati in meno)”, si legge nel rapporto.

    I numeri forniti da Istat sono molto lontani da quelli dell’Inps che parlano per lo scorso anno di circa 400.000 nuove assunzioni stabili, comprese le trasformazioni. I dati non sono però comparabili perché Istat parla di ‘teste’ e tiene conto dell’intera forza lavoro, mentre l’istituto di previdenza rileva i contratti del settore privato.

    Restano in affanno i giovani tra i 15 e i 34 anni per i quali, tra l’ultimo trimestre 2014 e l’ultimo 2015, è pari al 60,7% la quota dei nuovi occupati con lavoro atipico. Sale invece al 17,7% (dal 14,5%) la percentuale di coloro che passa da un lavoro atipico a uno standard, mentre i non occupati che trovano un lavoro standard salgono al 25,5% dal 23,5%.

    In crescita nel 2015 anche i dipendenti a termine (+105.000 unità) mentre calano i collaboratori (-29.000).

    Secondo un sondaggio Istat, il 68,2% delle imprese della manifattura e il 62,5% di quelle dei servizi diversi dal commercio ha fatto ricorso al contratto a tempo indeterminato per le nuove assunzioni nel 2015.

    Dopo l’antipasto siciliano del 1° luglio, con sabato 2 luglio sono partiti ufficialmente in tutta la penisola i saldi. Tra speranze dei commercianti e qualche timore dei consumatori (certificato ad esempio dai recenti cali degli indici di fiducia Istat), l’ufficio studi di Confcommercio prevede che la spesa media sarà di 100 euro a testa, in leggero aumento dai 98 euro dell’estate 2015: per abbigliamento e calzature si preventivano 232 euro a famiglia, per un giro d’affari complessivo di 3,6 miliardi.

    Numeri non molto distanti da quelli indicati da Confesercenti, per la quale saranno oltre 22 milioni gli italiani che acquisteranno abbigliamento e accessori: tra chi parteciperà alle giornate dello shopping conveniente, la spesa media prevista si colloca intorno ai 220 euro a famiglia, sostanzialmente in linea con lo scorso anno, anche se con differenze territoriali. “Sulla spesa effettiva finale, però, peseranno diversi fattori, dal meteo alla capacità di proposta dei commercianti: circa 15 milioni di italiani infatti ancora non hanno deciso se prenderanno parte ai saldi, mentre il 35% di chi lo farà confessa di non avere stabilito in anticipo un budget, ma di voler spendere a seconda della convenienza delle occasioni che trov”a

    Le occasioni non mancheranno, secondo l’Unione nazionale consumatori, che si aspetta ribassi da record fino a una media del 23,7% sull’abbigliamento. “Gli sconti raggiungono il primato per quanto riguarda i saldi estivi ma sono inferiori rispetto a quelli invernali e decisamente più bassi rispetto a quelli sbandierati in vetrina. I ribassi del 70% o del 50%, insomma, non esistono”, afferma il segretario generale dell’Unc, Massimiliano Dona, che denuncia l’abitudine di gonfiare i vecchi prezzi sui cartellini in modo da fare apparire gli acquisti più convenienti e invogliare i clienti più esitanti.